Mio cognato allena una squadra di calcio giovanile. Ragazzi di quattordici anni, quella età particolare in cui sono contemporaneamente troppo grandi per essere considerati bambini e troppo giovani per essere davvero responsabili delle loro azioni. Li allena da sei anni, con quella dedizione che confina con la follia e che caratterizza tutti gli allenatori di sport giovanili che ho conosciuto.
“È come essere pastore di gatti molto rumorosi e atletici”, mi ha detto una volta dopo un allenamento particolarmente caotico. “Gatti che devono anche ricordarsi di portare i parastinchi e non perdere la divisa.”
Due anni fa la sua squadra si è qualificata per un torneo regionale a Foggia. Grande emozione, settimane di preparazione intensiva, genitori orgogliosi che improvvisamente scoprivano di avere figli potenzialmente destinati a una carriera calcistica professionale. Il problema, come sempre quando si tratta di sport giovanili, era: come ci arriviamo?
Indice
La logistica che nessuno vuole fare
Organizzare i trasporti per una squadra sportiva è uno di quei compiti che sembrano semplici finché non ci provi davvero. Hai ventidue giocatori – perché servono sempre le riserve – più tre allenatori, un preparatore atletico che nessuno sapeva fosse necessario ma apparentemente lo è, e l’attrezzatura. Palloni, divise, borse mediche, quella cosa misteriosa che mio cognato chiamava “coni per gli esercizi” e che io continuavo a confondere con i birilli stradali.
La prima idea era che ognuno andasse con la propria macchina. Classico. Quindici auto diverse, ognuna con due o tre ragazzi, coordinamento via chat di gruppo che inevitabilmente si trasforma in caos digitale con qualcuno che manda meme invece delle indicazioni stradali.
“Ci troviamo tutti all’autogrill”, aveva proposto qualcuno con quell’ottimismo pericoloso di chi non ha mai provato a coordinare quindici auto su un’autostrada.
Poi c’era il problema del ritorno. Le partite finiscono tardi, i ragazzi sono stanchi ed euforici o stanchi e delusi a seconda del risultato, e qualcuno deve guidare per un’ora e mezza mentre gestisce commenti post-partita ad alto volume dal sedile posteriore.
L’illuminazione tardiva
È stata la madre di uno dei giocatori – una donna pragmatica che lavora in logistica e che probabilmente vede problemi organizzativi anche quando ordina la pizza – a suggerire il pullman.
“Chiamate Schiavone”, ha detto durante una riunione di genitori e allenatori che stava rapidamente degenerando in una discussione su chi avrebbe guidato con chi. “Li usa la squadra di pallavolo di mia figlia. Fanno trasporti per gruppi sportivi.”
Mio cognato era scettico. “Costa di più”, ha obiettato con quella logica tipica di chi organizza sport giovanili con budget limitati.
“Costa meno dei tuoi nervi”, ha risposto lei. Argomento difficile da controbattere.
Hanno chiamato Schiavone Viaggi Bari. Hanno spiegato la situazione: ventisette persone totali, attrezzatura varia, partenza sabato mattina presto, ritorno domenica pomeriggio dopo l’ultima partita. Necessità di fermarsi da qualche parte per il pranzo. Budget limitato ma realistico.
La persona al telefono non ha semplicemente preso nota. Ha fatto domande. Quanti anni hanno i ragazzi? Qualcuno ha problemi di mal d’auto? L’attrezzatura è ingombrante? Serve uno spazio dove i ragazzi possano fare un briefing durante il viaggio?
“Sembrava che stessero pianificando un’operazione militare”, mi ha raccontato dopo mio cognato. “Ma in senso buono. Come se avessero fatto quella cosa mille volte e sapessero esattamente cosa chiedere.”
Il giorno della partenza
Il sabato mattina il pullman è arrivato alle sette in punto. Non alle sette e cinque con scuse creative sul traffico. Alle sette. L’autista – un signore sui cinquanta che si è presentato come Fabio e che aveva quella calma olimpica delle persone che hanno visto ogni possibile variante di caos umano adolescenziale – ha iniziato a caricare l’attrezzatura con un’efficienza che rasentava l’arte.
“I palloni vanno qui”, ha detto indicando uno scomparto specifico. “Le borse pesanti in basso. Le divise dove possono prendere aria che se no poi puzzano.”
Aveva ragione sulla puzza. Come faceva a saperlo? Esperienza, presumo. Anni di squadre sportive trasportate in giro per la Puglia.
I ragazzi salivano sul pullman con quella energia frenetica tipica degli adolescenti eccitati. Troppo rumore, troppo movimento, quel particolare volume che ti fa chiedere se tutti i quattordicenni nascono senza controllo del volume o se è qualcosa che imparano specificamente per tormentare gli adulti.
Fabio ha aspettato che tutti fossero seduti, poi ha fatto una cosa interessante. Non ha urlato per farsi sentire. Ha semplicemente aspettato in silenzio finché la curiosità non ha fatto calare il volume naturalmente.
“Ragazzi”, ha detto poi con voce calma, “tra un’ora e mezza avete una partita importante. Vi serve arrivare rilassati, non già stanchi. Potete parlare, scherzare, fare quello che volete. Ma ricordatevi che siete una squadra. Comportatevi di conseguenza.”
È stato brillante. Non era un rimprovero, era un appello al loro senso di identità di gruppo. Mio cognato mi ha detto dopo che durante tutto il viaggio i ragazzi sono stati vivaci ma non caotici. Energici ma non distruttivi. Come se le parole di Fabio avessero settato il tono giusto.
Il viaggio che fa parte della preparazione
Una cosa che non avevo considerato – ma che mio cognato mi ha fatto notare – è che il viaggio in pullman era diventato parte della preparazione mentale della squadra.
A metà strada, durante una sosta programmata, gli allenatori hanno usato lo spazio nel pullman per una breve riunione tecnica. Hanno discusso strategie, rivisto schemi, parlato di cosa aspettarsi dalle squadre avversarie. I ragazzi ascoltavano, concentrati, facevano domande.
“Non avrei mai potuto fare quella riunione se fossimo stati in quindici auto diverse”, mi ha detto dopo. “Il pullman ci ha dato uno spazio condiviso dove essere davvero una squadra.”
C’era anche qualcosa di più sottile. Durante il viaggio si era creata quell’atmosfera particolare che precede le competizioni sportive: concentrazione mista ad eccitazione, nervosismo temperato dalla fiducia nel gruppo. I ragazzi si caricavano a vicenda, raccontavano barzellette per allentare la tensione, ascoltavano musica insieme.
Se fossero stati frammentati in auto diverse, ognuno sarebbe arrivato con un’energia diversa, uno stato mentale diverso. Invece sono scesi dal pullman come un’unità coesa, mentalmente pronti.
La sicurezza che i genitori notano
Durante il torneo ho parlato con alcuni genitori che erano venuti con le loro auto. Molti mi hanno detto la stessa cosa: erano contenti che i ragazzi fossero nel pullman.
“Almeno so che mio figlio è con un autista professionista”, mi ha detto una madre. “Non con il padre di qualcun altro che magari è stanco o distratto o pensa di guidare come se fosse in Formula 1.”
Era un punto valido. Fabio, l’autista di Schiavone Viaggi, non era stanco. Non era distratto. Non aveva ventidue adolescenti che urlavano nell’abitacolo mentre cercava di concentrarsi sulla strada. Era semplicemente lì per fare il suo lavoro: guidare in sicurezza.
Ho notato durante il viaggio di ritorno – sono salito anch’io sul pullman perché mio cognato aveva bisogno di supporto morale dopo una sconfitta in semifinale particolarmente bruciante – come Fabio gestisse la situazione. I ragazzi erano delusi, alcuni visibilmente abbattuti. Il silenzio nel pullman era pesante.
Fabio non ha provato a rallegrali con discorsi motivazionali. Ha semplicemente guidato con particolare delicatezza, senza frenate brusche o accelerazioni improvvise che avrebbero aggiunto disagio fisico a quello emotivo. A un certo punto ha messo della musica, molto bassa, appena percettibile. Non per distrarre, ma per riempire quel silenzio opprimente.
Piccoli dettagli. Importanti.
L’attrezzatura che arriva integra
Un aspetto pratico che spesso si sottovaluta: quando trasporti attrezzatura sportiva in quindici auto diverse, è straordinariamente facile che qualcosa si perda o si dimentichi. Il pallone nella macchina di tizio. I birilli nel bagagliaio di caio. Le divise distribuite tra tre veicoli diversi.
Con il pullman di Schiavone Viaggi, tutta l’attrezzatura era in un posto solo. Caricata in modo organizzato, facilmente accessibile quando serviva. Fabio aveva persino suggerito di fare un inventario prima di partire e uno prima di tornare.
“Sembra paranoico”, aveva detto, “ma vi sorprenderebbe quante squadre dimenticano roba in giro. Poi devo tornare indietro a recuperarla, e nessuno è contento.”
Aveva ragione ad essere paranoico. Durante il controllo prima della partenza hanno scoperto che mancavano tre palloni. Erano ancora nello spogliatoio. Se fossero partiti senza controllarli, se ne sarebbero accorti solo arrivati a Foggia, con risultati catastrofici per la preparazione pre-partita.
Il costo che diventa investimento
Dopo il torneo, durante una cena di squadra dove si cercava di metabolizzare la delusione sportiva attraverso quantità generose di pizza, si è parlato del budget.
Il noleggio pullman con conducente con Schiavone Viaggi a Bari era costato più di quanto avrebbe speso ogni singola famiglia per la propria auto. Ma diviso tra tutti i partecipanti, il costo individuale era ragionevole. E soprattutto, come qualcuno ha fatto notare, includeva cose che non avresti avuto comunque.
Un autista professionista esperto nel gestire gruppi giovanili. Un veicolo con spazio sufficiente per tutti e tutta l’attrezzatura. La possibilità di usare il viaggio come momento di squadra invece che di frammentazione. Zero stress per i genitori che dovevano guidare. La sicurezza di sapere che i ragazzi erano in buone mani.
“È un investimento nella squadra”, ha detto mio cognato. “Non solo nel trasporto.”
La stagione successiva
Quest’anno la squadra di mio cognato ha partecipato a quattro tornei fuori Bari. Tutti e quattro hanno usato Schiavone Viaggi per i trasporti. Non perché fosse l’opzione più economica – non sempre lo è – ma perché avevano capito che alcuni costi valgono quello che ti danno in cambio.
Fabio è diventato una specie di mascotte non ufficiale della squadra. I ragazzi lo salutano quando sale sul pullman. Gli raccontano come sono andate le partite. Una volta gli hanno regalato una sciarpa della squadra, e lui la tiene appesa nello specchietto retrovisore.
“Sono tredici squadre che seguo regolarmente”, mi ha detto Fabio quando gli ho chiesto se seguiva altre squadre oltre a quella di mio cognato. “Calcio, pallavolo, basket. Alcune da anni. Vedo i ragazzi crescere, passare dalle giovanili alle squadre senior. È bello far parte del loro percorso, anche solo come autista.”
C’era qualcosa di commovente in questo. Un autista di pullman che si sentiva parte della crescita sportiva di questi ragazzi, che vedeva il suo lavoro non come semplice trasporto ma come contributo a qualcosa di più grande.
Quello che ho imparato guardando da fuori
Non sono coinvolto direttamente nello sport giovanile – i miei figli hanno scelto altre passioni, grazie al cielo, perché non avrei la pazienza di mio cognato – ma osservando la sua esperienza ho capito qualcosa di importante.
Gli sport giovanili non sono solo quello che succede in campo. Sono tutto l’ecosistema intorno: l’allenamento, la preparazione, i viaggi, i momenti di squadra. E ogni parte di quell’ecosistema può contribuire o detrarre dall’esperienza complessiva.
Quando scegli un servizio professionale come quello che Schiavone offre per i gruppi sportivi, non stai solo comprando trasporto. Stai comprando tranquillità per i genitori. Stai comprando uno spazio dove la squadra può davvero essere una squadra. Stai comprando l’esperienza di qualcuno come Fabio che ha visto abbastanza squadre giovanili da sapere istintivamente cosa serve e cosa no.
La squadra di mio cognato non ha vinto quel torneo a Foggia. Sono usciti in semifinale con una sconfitta che ancora brucia quando ne parli. Ma sono arrivati preparati, uniti, sicuri. Sono tornati delusi ma integri, con ricordi condivisi e lezioni apprese.
E la prossima stagione riproveranno. Sempre con lo stesso pullman, lo stesso autista, la stessa consapevolezza che alcune cose è meglio lasciarle ai professionisti.
Mio cognato dice che Fabio porta fortuna. Io dico che Fabio fa semplicemente bene il suo lavoro, il che in fin dei conti è una forma di fortuna molto più affidabile.








